La mamma può aiutare i suoi figli adulti. E per farlo non c’è bisogno di sacrificarsi, soffrire o rovinarsi in tutti i modi possibili…
“A cosa mi servono i pomodori dell’orto! Cosa me ne faccio di queste patate? Posso comprarle anch’io! Lei si sfinisce sotto il sole e poi devo curarla per un ictus?
La mamma cerca di amare e di prendersi cura del proprio figlio adulto nel miglior modo possibile. Nella stragrande maggioranza dei casi, una mamma sa sacrificarsi, soffrire e consumarsi.
E il figlio dovrebbe essere dotato di una specie di apparecchio magico che trasformi l’autodistruzione della madre in quello di cui ha davvero bisogno un figlio di qualsiasi età: nella tenerezza, sincerità e stabilità mentale della mamma.
Ma un apparecchio del genere non esiste.
Resta quindi un rancore a doppio senso:
Da una parte, “il figlio ingrato” non vuole le patate guadagnate con sudore e sangue – e la madre va in rovina – il suo sacrificio è vano, tutto quello che può dare si rivela inutile.
Dall’altra parte, il figlio si ritrova con una madre infelice, esausta e trascurata, agitata, perché ha vissuto secondo il principio “tutto il meglio ai figli” e non si è mai occupata di se stessa. E adesso il figlio deve prendersi cura dei propri bambini, di sé stesso e della madre.
“Mamma, lasciami respirare! Vivi felice, per favore non affaticarti troppo. E dimmi quante patate vuoi che ti porti. E magari prendo una bottiglia di vino rosso? Ci sediamo e ci rilassiamo insieme…”